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Le Arance d’Oro « dott. Mario Pacella

Le Arance d’Oro

Si racconta che c’era una volta un Re, il quale avea dietro il palazzo reale un magnifico giardino. Non vi mancava albero di sorta; ma il più raro e il più pregiato, era quello che produceva le arance d’oro. Quando arrivava la stagione delle arance, il Re vi metteva a guardia una sentinella notte e giorno; e tutte le mattinescendeva lui stesso a osservare coi suoi occhi se mai mancasse una foglia.

Una mattina va in giardino, e trova la sentinella addormentata. Guarda l’albero… Le arance d’oro non c’eran più! “Sentinella sciagurata, pagherai colla tua testa.” “Maestà, non ci ho colpa. È venuto un cardellino, si è posato sopra un ramo e si è messo a cantare. Canta, canta, canta, mi si aggravavano gli occhi. Loscacciai da quel ramo, ma andò a posarsi sopra un altro. Canta, canta, canta, non mi reggevo dal sonno. Lo scacciai anche di lì, e appena cessava dicantare, il mio sonno svaniva. Ma si posò in cima all’albero, e canta, canta, canta.. ho dormito finora!” Il Re non gli fece nulla. Alla nuova stagione, incaricò della guardia il Reuccio in persona. Una mattina va in giardino e trova il Reuccio addormentato. Guarda l’albero… le arance d’oro non c’eran più! Figuriamoci la sua collera! “Come? Ti sei addormentato anche tu?” “Maestà, non ci ho colpa. È venuto un cardellino, si è posato sopra un ramo e si è messo a cantare. Canta, canta, canta, mi s’aggravavano gli occhi. Gli dissi: cardellino traditore, col Reuccio non ti giova! Ed esso a canzonarmi: il Reuccio dorme! il Reuccio dorme! Cardellino traditore, col Reuccio non ti giova! Ed esso a canzonarmi: il Reuccio fa la nanna! il Reuccio fa la nanna! E canta, canta, canta, ho dormito finora!” Il Re volle provarsi lui stesso; e arrivata la stagione si mise a far la guardia. Quando le arance furon mature, ecco il cardellino che si posa sopra un ramo, ecomincia a cantare. Il Re avrebbe voluto tirargli, ma faceva buio come in una gola. Intanto aveva una gran voglia di dormire! “Cardellino traditore, questavolta non ti giova!” Ma durava fatica a tener aperti gli occhi. Il cardellino cominciò a canzonarlo: “Pss! Pss! Il Re dorme! Pss! Pss! Il Re dorme!” Ecanta, canta, canta, il Re s’addormentava peggio d’un ghiro anche lui. La mattina apriva gli occhi: le arance d’oro non ci eran più! Allora fece un bando per tutti i suoi Stati: «Chi gli portasse, vivo o morto, quel cardellino, riceverebbe per mancia una mula carica d’oro.»

Passarono sei mesi, e non si vide nessuno. Finalmente un giorno si presenta un contadinotto molto male in arnese: “Maestà, lo volete davvero quel cardellino?” Promettetemi la mano della Reginotta, e in men di tre giorni l’avrete. Il Re lo prese per le spalle, e lo messe fuor dell’uscio. Il giorno appresso quegli tornò: “Maestà, lo volete davvero quel cardellino? Promettetemi la mano della Reginotta, e in men di tre giorni l’avrete.” Il Re lo prese per le spalle, gli diè una pedata e lo messe fuor dell’uscio. Ma il giorno appresso, quello, cocciuto, ritornava: “Maestà, lo volete davvero il cardellino? Promettetemi la mano della Reginotta, e in men di tre giorni l’avrete.” Il Re, stizzito, chiamò una guardia e lo fece condurre in prigione. Intanto ordinava si facesse attorno all’albero una rete di ferro; con quelle sbarre grosse, non c’era più bisogno di sentinella. Ma quando le arance furon mature, una mattina va in giardino; l’arance d’oro non c’eran più.Figuriamoci la sua collera! Dovette, per forza, mettersi d’accordo con quel contadinotto. “Portami vivo il cardellino e la Reginotta sarà tua.” “Maestà, fra tre giorni.” E prima che i tre giorni passassero era già di ritorno. “Maestà, eccolo qui. La Reginotta ora è mia.” Il Re si fece scuro. Doveva dare la Reginotta aquello zoticone? “Vuoi delle gioie? Vuoi dell’oro? Ne avrai finché vorrai. Ma quanto alla Reginotta, nettati la bocca.” “Maestà, il patto fu questo.” “Vuoi delle gioie? Vuoi dell’oro?” “Tenetevi ogni cosa. Sarà quel che sarà!” E andò via. Il Re disse al cardellino: “Ora che ti ho tra le mani, ti vo’ martoriare.” Il cardellino strillava, sentendosi strappare le penne ad una ad una. “Dove son riposte le arance d’oro?” “Se non mi farete più nulla, Maestà, ve lo dirò.” “Non ti farò più nulla.” “Le arance d’oro sono riposte dentro la Grotta delle sette porte. Ma c’è il mercante, col berrettino rosso, che fa la guardia. Bisogna sapere il motto; e lo sanno due soli: il mercante e quel contadino che mi ha preso.” Il Re mandò a chiamare il contadino. “Facciamo un altro patto. Vorrei entrare nella Grotta delle sette porte, e non so il motto. Se me lo sveli, la Reginotta sarà tua.” “Parola di Re?” “Parola di Re!” “Maestà, il motto è questo:

«Secca risecca!
Apriti, Cecca.»

“Va bene.” Il Re andò, disse il motto, e la Grotta s’aperse. Il contadino rimase fuori ad attenderlo. In quella grotta i diamanti, a mucchi per terra, abbagliavano. Vistosi solo, sua Maestà si chinava e se ne riempiva le tasche. Ma nella stanza appresso, i diamanti, sempre a mucchi, eran più grossi e più belli. Il Re si vuotava le tasche, e tornava a riempirsele di questi. Così fino all’ultima stanza, dove, in un angolo, si vedevano ammonticchiate le arance d’oro del giardino reale. C’era lì una bisaccia, e il Re la colmò. Or che sapeva il motto, vi sarebbe ritornato più volte. Uscito fuor della Grotta, colla bisaccia in collo, trovò il contadino che lo attendeva. “Maestà, la Reginotta ora è mia.” Il Re si fece scuro. Dovea dare la Reginotta a quello zoticone? “Domanda qualunque grazia e ti verrà concessa. Ma per la Reginotta nettati la bocca.” “Maestà, e la vostra parola?” “Le parole se le porta il vento.” “Quando sarete al palazzo ve neaccorgerete.” Arrivato al palazzo, il Re mette giù la bisaccia e fa di vuotarla. Ma invece di arance d’oro, trova arance marce. Si mette le mani nelle tasche, i diamanti son diventati tanti gusci di lumache! Ah! quel pezzo di contadinaccio gliel’avea fatta! Ma il cardellino la pagava. E tornò a martoriarlo. “Dove sono le mie arance d’oro?” “Se non mi farete più nulla, Maestà, ve lo dirò.” “Non ti farò più nulla.” “Son lì dove le avete viste; ma per riaverle bisogna conoscere un altro motto, e lo sanno due soli: il mercante e quel contadino che mi ha preso.” Il Re lo mandò a chiamare: “Facciamo un altro patto. Dimmi il motto perriprendere le arance e la Reginotta sarà tua.” “Parola di Re?” “Parola di Re!” “Maestà il motto è questo:

«Ti sto addosso:
Dammi l’osso.»

“Va bene.” Il Re andava e ritornava più volte colla bisaccia colma, e riportava a palazzo tutte le arance d’oro. Allora si presentò il contadino: “Maestà, la Reginotta ora è mia.” Il Re si fece scuro. Dovea dare la Reginotta a quello zoticone? “Quello è il tesoro reale: prendi quello che ti piace. Quanto allaReginotta, nettati la bocca.” “Non se ne parli più.” E andò via. Da che il cardellino era in gabbia, le arance d’oro restavano attaccate all’albero da un anno all’altro.

Un giorno la Reginotta disse al Re: “Maestà, quel cardellino vorrei tenerlo nella mia camera.” “Figliuola mia, prendilo pure; ma bada che non ti scappi.” Ilcardellino nella camera della Reginotta non cantava più. “Cardellino, perché non canti più?” “Ho il mio padrone che piange.” “E perché piange?” “Perché non ha quel che vorrebbe.” “Che cosa vorrebbe?” “Vorrebbe la Reginotta. Dice: «Ho lavorato tanto, E le fatiche mie son sparse al vento.»” “Chi è il tuo padrone? Quello zotico?” “Quello zotico, Reginotta, è più Re di Sua Maestà.” “Se fosse vero, lo sposerei. Và a dirglielo, e torna subito.” “Lo giurate?” “Lo giuro.” E gli aperse la gabbia. Ma il cardellino non tornò.

Una volta il Re domandò alla Reginotta: “O il cardellino non canta più? È un bel pezzo che non lo sento.” “Maestà, è un pò malato.” E il Re s’acchetò. Intanto la povera Reginotta viveva in ambascia: “Cardellino traditore, te e il tuo padrone!” E come s’avvicinava la stagione delle arance, pel timore del babbo, il cuore le diventava piccino piccino. Intanto venne un ambasciatore del Re di Francia che la chiedeva per moglie. Il padre ne fu lieto oltremodo, e rispose subito di sì. Ma la Reginotta: “Maestà, non voglio: vo’ rimanere ragazza.” Quello montò sulle furie: “Come? Diceva di no, ora che avea impegnato la sua parola e non potea più ritirarla?” “Maestà, le parole se le porta il vento.” Il Re non lo potevan trattenere: schizzava fuoco dagli occhi. Ma quella, ostinata: “Non lo voglio! Non lovoglio! Vo’ rimanere ragazza.” Il peggio fu quando il Re di Francia mandò a dire che fra otto giorni arrivava. Come rimediare con quella figliolaccia caparbia? Dallo sdegno, le legò le mani e i piedi e la calò in un pozzo: “Dì di sì, o ti faccio affogare!” E la Reginotta zitta. Il Re la calò fino a metà. “Dì di sì, o ti faccioaffogare!” E la Reginotta zitta. Il Re la calava più giù, dentro l’acqua; le restava fuori soltanto la testa: “Dì di sì, o ti faccio affogare!” E la Reginotta zitta. “Dovea affogarla davvero?” E la tirò su; ma la rinchiuse in una stanza, a pane ed acqua. La Reginotta piangeva: “Cardellino traditore, te e il tuo padrone! Per mantenere la parola ora patisco tanti guai!” Il Re di Francia arrivò con un gran seguito, e prese alloggio nel palazzo reale. “E la Reginotta? Non vuol farsivedere?” “Maestà, è un pò indisposta.” Il Re non sapeva che rispondere, imbarazzato. “Portatele questo regalo.” Era uno scatolino tutto d’oro e di brillanti. Ma la Reginotta lo posò lì, senza neppur curarsi d’aprirlo. E piangeva. “Cardellino traditore, te e il tuo padrone!” “Non siamo traditori, né io, né il mio padrone.” Sentendosi rispondere dallo scatolino, la Reginotta lo aperse. “Ah, cardellino mio! Quante lagrime ho sparse.” “La tua sorte volea così. Ora il destino ècompito.” Sua Maestà, conosciuto chi era quel contadino, le diè in dote l’albero che produceva le arance d’oro, e il giorno appresso la Reginotta sposò il Re di Francia. E noi restiamo a grattarci la pancia.